“A quattro anni mi sono inventato un sistema di notazione musicale basato sui quadretti dei quaderni di scuola, anche se non avevo idea di cosa fosse la musica ma avevo una gran voglia di scriverla e poterla rappresentare visualmente. Un sistema originale che mi permetteva di appuntarmi delle piccole melodie che venivano spontaneamente”. E’ Massimo Nunzi, compositore e arrangiatore oltre che trombettista, a parlarci del suo innamoramento per la musica - scaturito da una passione condivisa con il nonno musicista amatore - che “ha sempre risuonato” dentro di lui, guidandolo “come un turbine” nei giochi intensi e solitari di un figlio unico. “La solitudine è stata la radice del mio amore per la musica”, confessa Massimo “e la musica è sempre stata un punto di apertura verso il mondo”.
Una predisposizione naturale con una grande attrazione per l’improvvisazione, per il jazz, ma con una carriera accademica molto breve, perché “fortemente osteggiato dai suoi maestri”,che odiavano il Jazz... Massimo è stato “salvato da Amstrong”. “Quando smisi di studiare al conservatorio – racconta il compositore - un giorno fui colpito da uno strano evento: gironzolavo in un supermercato e vidi una luce brillare da lontano, avevo 11-12 anni circa. Una bagliore improvviso che prese forma quando mi avvicinai. Erano i denti di Louis Amstrong, mi sorridevano dalla copertina di una cassetta. Una cassetta che immediatamente acquistai... una volta messa nel registratore ascoltai avidamente il primo brano: Swing that music. Da quel brano in poi, la mia vita è cambiata, e il mio desiderio è stato quello di suonare”. E Massimo lo ha fatto veramente: a 14 anni, dopo avere interrotto gli studi accademici, era professionista e dai 20 suonava con grande successo come trombettista. Ha suonato con Dizzy Gillespie, Chet Baker, Lester Bowie, Don Cherry etc... Anche lavori commerciali per potersi pagare lezioni di composizione, che in seguito gli hanno permesso di realizzare sinfonie e vincere premi di composizione classica come il Beaumarchais in Francia e il Gilson per un’Opera radiofonica fatta per France Culture.e Radio France.
Ma tutto questo sempre alterando il conosciuto e trasgredendo. “Ho sempre cercato di sintetizzare e di unire mondi lontani questa è stata una caratteristica del mio stile, il tentativo di unire luoghi molto diversi che parlavano lingue diverse e farli conoscere e dialogare”. Una sperimentazione che ha dato risultati alterni, a volte eccellenti e a volte meno buoni. Ma l’errore è necessario per progredire.“La sperimentazione, oggi non c’è più”, racconta Massimo, considerando questa lacuna uno dei motivi della crisi creativa che ci affligge. “Manca la possibilità di rischiare su progetti estesi, magari rischiando di fare errori, ma permettendosi di buttare il cuore oltre l’ostacolo e, come direbbe Terzani, provare “un nuovo giro di giostra”. Massimo è un artista che mischia sempre di più il jazz con tutte le sue altre passioni, come la musica classica contemporanea e la forma della canzone. Adora i Radiohead, Prince, Miles Davis, Ellington, e naturalmente Amstrong. Ma anche Ani di Franco o artisti sconosciuti i cui nomi non direbbero niente ma che per lui “hanno avuto una grande importanza”.
Come musicista Massimo Nunzi appartiene alla categoria di quelli che rischiano e vanno sempre dove non vanno gli altri. Una “curiosità intellettuale” che lo segue ovunque. Per esempio nella sua prima sinfonia ha trasformato dei rapper in cantanti sinfonici, in pratica un ruolo da cantanti d’opera. “Non è stato facile, Ma quello che ne è uscito è stato comunque qualcosa di molto forte ed emozionante”. Una sperimentazione che quando riesce “ti da dei frutti saporitissimi”.
“Il problema è che in Italia non c’è la tradizione di investire sugli Artisti, e i fondi per realizzare opere non veicolabili in ambiti commerciali sono da sempre stati di meno”. Secondo Massimo i grandi media non hanno la capacità di riconoscere i fenomeni quando si manifestano, spesso per pigrizia. “Il jazz per esempio in questo momento sta dappertutto e va fortissimo, cosa che non si può di certo dire del rock. ma non ha accesso ai grandi media, assediati dai tronisti e dalle veline ..Un jazzista è come un samurai, è nudo sul palco e la sua arma è lo strumento. E’ per questo che a volte è più efficace vedere un concerto piuttosto che sentirlo su un disco. C’è un rapporto diretto tra il jazz e la sua fruizione, più efficace se vissuta in prima persona.”
Massimo Nunzi è riuscito a dimostrare che è possibile fare cultura e spettacolo senza tradire ne l’uno ne l’altro, senza essere pacchiani o volgari, e sempre mantenendo un altissimo livello di spettacolarità e di qualità. E lo ha fatto al Teatro Sistina, grazie a Pietro Garinei, portando fino a 1300 persone paganti a concerto per ben 14 volte, per uno spettacolo dal titolo “I Grandi del Jazz- Istruzioni per l’uso”. Una rassegna dedicata a ripercorrere le tappe della storia del jazz dagli albori del secolo scorso ad oggi. “Ho fatto questi concerti partendo da un assunto: è possibile comprendere la musica nei suoi meccanismi se la riduciamo a piccoli semplici elementi e ne facciamo vedere tutti gli sviluppi e gli incastri. L’orchestra ti permette di vedere ogni meccanismo, perché contiene gli elementi per una comprensione diretta dei fenomeni mentre avvengono”.
Tra i suoi lavori migliori, il compositore ricorda La Tempesta, che definisce “la cosa più bella che ho scritto”. I protagonisti alcuni tra i più noti nomi del jazz italiano: Trovesi, Damiani, Petrella, Ada Montellanico e con loro il francese Mederic Collignon, il cantautore Niccolò Fabi e Gaudi, il "demiurgo elettronico".
Tra le priorità del musicista non possono mancare di certo i giovani. Su http://www.myspace.com/massimonunzimusic invita tutti quelli che hanno voglia di essere ascoltati a mandare un mp3. Poi li mette in onda nella sua trasmissione “Jazz A Nota Libera”, sulle frequenze di Teleradiostereo.Ha lanciato molti nuovi talenti in questo radio show, facendoli anche esibire dal vivo. “Io non ho mi desiderato altro che la condivisione perché mi piace moltissimo avere la possibilità di dare spazio alle persone che lo meritano. Amo il talento, mi commuove, attraverso di esso capisci veramente l’esistenza di Dio. Hai la sensazione che ci sia veramente una spiritualità superiore. In fondo io vivo per questo”.